Claudio M. Maffei, 24 giugno 2020

 

Non teniamo in ansia i nostri lettori e diamo subito la risposta alla domanda del titolo: non potrà più essere lo stesso di “prima”. La pandemia ha messo a durissima prova il nostra sistema socio-sanitario e se si sta ripensando alla luce di questa esperienza (tutt’ora in corso, non ce lo dimentichiamo) la sanità pubblica non può essere certo diverso il destino di quella privata.

 

Prima di entrare più nel merito del tema del titolo del post meglio chiarire cosa intendiamo per privato in sanità. Ce ne sono almeno di due tipi (noi ci limitiamo a questi almeno): il privato privato che ti eroga prestazioni a tuo carico e il privato accreditato e contrattualizzato. Il “privato privato” è quello che ti paghi, mentre il secondo è quello che tu utilizzi come se fosse una struttura pubblica, cioè è quello che una volta si diceva convenzionato. Oggi si dice accreditato (perché è stato valutato come rispondente a criteri di qualità che lo fanno ritenere adeguato a lavorare per conto del sistema pubblico) e si aggiunge contrattualizzato in quanto non solo può lavorare per il Servizio Sanitario Nazionale (SSN), ma ha anche un contratto con la Azienda territoriale di riferimento che definisce tipologia, tariffe e regole dell’attività svolta per conto del SSN. Si tratta dunque di due privati molto diversi, anche se la stessa struttura (mettiamo una Casa di Cura) può svolgere tutte e due i tipi di attività, sia quella privata privata che quella per conto del SSN. Nella stragrande maggioranza delle strutture private la seconda tipologia di attività è comunque prevalente. Si tratta di strutture, dunque, gestite da privati, ma di fatto facenti parte integrante del sistema sanitario nazionale.

 

Attenzione dunque: quando si parla di privatizzazione della sanità bisogna specificare bene se si tratta della sanità che grava direttamente sulle tasche dei cittadini o se si tratta della sanità che il sistema pubblico “convenziona” per i propri cittadini. E’ evidente che sono fenomeni entrambi importanti, ma di natura molto diversa. Attenzione una seconda volta: anche le strutture pubbliche svolgono una attività privata ed è quella svolta in regime di libera professione. Di solito riguarda la attività ambulatoriale, ma in alcuni casi riguarda anche la attività di ricovero di solito per attività chirurgica.

 

La prima forma di privatizzazione della sanità riguarda la spesa crescente delle famiglie per acquistare prestazioni sanitarie. Questa spesa ci preoccupa quando riguarda prestazioni e servizi ricompresi nei cosiddetti Livelli Essenziali di Assistenza (i famosi LEA). Quando riguarda, cioè, prestazioni che il Servizio Sanitario Nazionale dovrebbe garantire ai cittadini e che i cittadini hanno quindi il diritto di chiedere alla sanità pubblica. Ad esempio dentro questa spesa ci finiscono i soldi spesi dalle famiglie per prestazioni cui avrebbero diritto: visite specialistiche, interventi chirurgici per problemi di salute e non di carattere estetico, ricoveri in strutture socio-sanitarie, prestazioni odontoiatriche in alcune classi di età o di un particolare tipo e così via. Dentro questa voce ci finiscono anche i soldi del ticket. Si definisce questa spesa come “out-of-pocket” (di tasca propria) ed in Italia è alta ed in aumento. Scarico dalla rete questi dati: In Italia la spesa out of pocket è la più alta dell’Ue con una media del 23,5% (2017) contro il 16% degli altri Stati membri. Dal 2009 al 2017 la crescita è stata del 2,5%. A dirlo è il rapporto “State of health in the Eu” della Commissione europea e dell’Oecd.

 

Un fenomeno ancor più grave è la rinuncia alle cure di cui il cittadino ha diritto per incapacità di sostenerne i costi e per l’impossibilità di accedervi. Questo fenomeno è molto più difficile da misurare, ma certo rischia di avere dimensioni importanti proprio dove il bisogno è più alto, e cioè (per fare degli esempi) nell’area della salute mentale, in neuropsichiatria infantile, nella assistenza domiciliare alle persone specie anziane con malattie croniche gravi, ecc. Per saperne di più sulla rinuncia alle cure in Italia leggete qui. L’articolo è del 2017, ma è molto ben fatto e gran parte delle sue considerazioni rimangono valide. Intanto qui riportiamo il riassunto che l’articolo stesso riporta in fondo.

  1. Il Sistema sanitario nazionale, nonostante i problemi, è stato uno strumento essenziale di resilienza alla crisi. Mediamente nel paese non si è assistito a un aumento della rinuncia alle prestazioni.
  2. Ci sono differenze tra paesi, ma l’Italia non è distante dalla media europea.
  3. La rinuncia alle prestazioni non è rinuncia alle cure; praticamente in Italia nessuno rinuncia integralmente alle cure.
  4. La situazione della sanità del Sud è critica, anche a causa dei piani di rientro, e riguarda soprattutto poveri e disoccupati che probabilmente non usufruiscono ancora di esenzioni ticket.
  5. L’assistenza sociale dei malati e disabili è il vero problema; in Italia deve essere affrontato al più presto.
  6. Favorire lo sviluppo del secondo pilastro avvantaggia i ricchi (spendono più in tasse per finanziare il Sistema sanitario nazionale che per un eventuale premio assicurativo privato) e il Ministero dell’Economia, che con le assicurazioni sanitarie private stima una diminuzione di circa il 2% della spesa pubblica.
  7. Chi sostiene il secondo pilastro o comunque i fondi privati di legge o di fatto sostitutivi è responsabile del futuro diffondersi di gravi ineguaglianze sociali e di situazioni sanitarie probabilmente preoccupanti non solo per i più deprivati.

E adesso parliamo un attimino (ehi sto scherzando…io non sono tipo da scrivere attimino e nemmeno di dirlo sia chiaro!) del secondo pilastro che nel riassunto viene nominato sia al punto 6 che al punto 7. Quando si parla di sanità se ne parla spesso e allora vediamo in cosa consiste. Partiamo da questo articolo pure del 2017 dal titolo intrigante “Tutti pazzi per il Secondo Pilastro”. Il primo Pilastro (sia beato!) è il Servizio Sanitario Nazionale. Il secondo Pilastro (cui io personalmente non auguro altrettanta beatitudine) sarebbe  quello rappresentato dai Fondi Integrativi e dalle  Assicurazioni. Il tema merita di essere approfondito, ma facciamolo un’altra volta. Limitiamoci qui a dire che se il primo Pilastro (il Servizio Sanitario Nazionale) riesce a reggere da solo ed a darti i LEA è molto meglio.

Per tornare alla rinuncia alle cure guardiamo alcuni dati più recenti, come quelli citati in un articolo de la Repubblica dell’ultimo gennaio. Nell’articolo si parla di  una rinuncia alle cure da parte di un italiano su quattro. Di solito questi dati vengono presentati per tirare la volata (a proposito:  Giro d’Italia e Tour quest’anno si correranno, ma in ritardo) al secondo pilastro: siccome il Servizio Sanitario Nazionale non ce la fa diamogli un aiutino (sto scherzando anche qui) con i Fondi integrativi e con le Assicurazioni. Ogni volta che escono dati così “sfacciati” nel promuovere la sanità cosiddetta “intermediata” (quella dei fondi e delle Assicurazioni) c’è qualcuno che gli fa le bucce dimostrando che quello che prioritariamente serve la sanità pubblica del SSN già lo dà e che, meglio gestita, potrebbe dare anche tutto il resto. Parere che condivido. Per un ulteriore approfondimento di questa problematica del Secondo Pilastro leggete anche qui.

Ma adesso introduciamo il privato che lavora per conto del Servizio Sanitario Nazionale, quello che abbiamo chiamato accreditato e contrattualizzato. Quanto incide e sta crescendo? Come in ogni serie che si rispetti vi lasciamo davvero col fiato sospeso perché questo sarà il tema della seconda parte.

 

 

 

 

 


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