Ma oggi è ancora accettabile una politica sanitaria che si faccia “sulle” comunità e non “con” le comunità?

Di Claudo M. Maffei

Abbiamo già avuto modo di presentare in un precedente post un modello di approccio alla gestione delle identificato con l’acronimo ICCC (Innovative Care and Chronic Conditions). La sua rappresentazione grafica è quella che segue. Abbiamo lasciato i termini inglesi dell’originale, ma nessun problema: adesso traduciamo tutto.

In questo modello si prevedono azioni/interventi a livello “micro” e quindi a livello delle equipe che operano sul campo. Questo livello corrisponde al triangolo al centro dove agiscono tre attori: gli agenti “sociali” (Social agents), che interagiscono con i team che fanno assistenza (health care teams) e i pazienti e le loro famiglie (patient  and family) nel perseguimento di migliori risultati nei confronti delle condizioni croniche. Tutti e tre gli attori del modello (agenti sociali, team assistenziali, pazienti coi loro familiari) devono essere preparati, informati e motivati.

 

Le azioni del livello micro debbono trovare coerenza e supporto nelle azioni/interventi a livello meso (di comunità e di organizzazione sanitaria) e a livello macro (e quindi politico).

A livello meso, alla comunità (e quindi alla componente sociale) si attribuiscono i seguenti compiti:

  1. promuovere la consapevolezza dell’esistenza di uno stigma e la sua rimozione (awareness and taking away stigma);
  2. ottenere migliori risultati attraverso la leadership e il supporto (promoting better results through leadership  and support);
  3. provvedere alla attivazione delle risorse della comunità ed al loro coordinamento (mobilization and coordination of resources);
  4. promuovere l’erogazione di servizi complementari (provision of complementary services).

Quanto alla organizzazione sanitaria sempre a livello meso si prevede di affidargli i compiti di:

  1. perseguire la continuità e il coordinamento dell’intervento (fostering continuity and coordination);
  2. promuovere la qualità attraverso la leadership e un sistema di incentivi (promoting quality through leadership and incentives);
  3. organizzare e sostenere economicamente i team assistenziali (organization and funding of the health care teams);
  4. l’utilizzo dei sistemi informativi (use of information systems);
  5. il supporto alla auto-gestione della cura e alla prevenzione (support for self-care and prevention).

A livello macro ritroviamo le componenti della rete delle politiche di sostegno (framework of positive policies) e cioè:

  1. rafforzamento delle allenze (strengthening of alliances) e cioè stabilire tutte le relazioni utili “per la causa”;
  2. sviluppo e assegnazione delle risorse umane necessarie (development and assignation of human resources), che vuol dire non solo dare personale, ma formarlo allo scopo;
  3. integrazione tra le varie politiche (policy integration), che vuol dire rendere coerenti e finalizzate le politiche sanitarie e le politiche sociali;
  4. creazione di un contesto favorevole con leggi e atti (support from the legislative framework);
  5. garanzia di un finanziamento adeguato (guarantee of suitable financing);
  6. leadership e supporto (leadership and support) e cioè il coinvolgimento di figure autorevoli nei processi di cambiamento da mettere in atto.

Adesso confrontiamo questo modello con la realtà del nostro Servizio Sanitario Nazionale. Si affronta così in un rapporto diretto e costante con le comunità il tema della cronicità ovvero della fragilità? In particolare, lo si affronta così nelle aree maggiormente disagiate dove si è avvertita la riduzione dei servizi legata alla trasformazione dei piccoli ospedali e dove è più sentita la mancanza di una sanità “vicina”, dati la distanza geografica dai luoghi in cui c’è una maggiore concentrazione di servizi?

 

La risposta è ovviamente diversa nelle varie realtà regionali e, dentro di queste, delle varie realtà locali. Ma nella stragrande maggioranza dei casi la risposta è “no,  le comunità il più delle volte hanno subito le scelte della politica senza avere avuto la possibilità di discuterle e, magari, di contribuire a definirle. La riorganizzazione post-Covid ha la possibilità, o meglio ancora il dovere, di correggere il tiro rimettendo le comunità al centro dei processi di cambiamento nella cultura e nella organizzazione dei servizi. Così come si aspira ad una assistenza centrata sul paziente occorre arrivare ad una programmazione centrata sulle comunità. Ci guadagneremo tutti da questa evoluzione che richiede una politica sanitaria di più alta qualità. Una politica sanitaria “vera”. Come l’Organizzazione Mondiale della Sanità  prevedeva nel modello ICCC già nel 2002.


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