di Claudio M. Maffei

 

Ogni fase storica della sanità ha le sue parole chiave, quelle che entrano nel lessico di chi si occupa di sanità. Una di queste espressioni è ad esempio “presa in carico”. Oggi proviamo a capirne un po’ di più sul suo significato.

 

A testimonianza dello spazio che nei documenti le viene dato, il Piano Socio-Sanitario 2020-2022 della Regione Marche cita questa espressione  “presa in carico” in ben 40 pagine delle sue circa complessive 200 pagine di testo e la tratta compiutamente per la prima volta a pagina 25 dove scrive:

Il PSSR vuole essere attento a tutte le persone fragili, per cui molti degli interventi previsti avranno come destinatari, e per quanto possibile soggetti attivi, gli individui di tutte le fasce deboli e fragilità presenti, quelle connesse con il periodo della maternità, con il momento della nascita, con la tutela della prima infanzia; va garantito il supporto con interventi di prevenzione e cura alla sempre più faticosa “transizione” di preadolescenti e adolescenti alla vita adulta; vanno sostenuti con team multi-professionali che possano meglio prendersi carico delle necessità di salute emergenti gli adulti svantaggiati per problematiche collegate alla salute mentale e alle dipendenze, fino alla presa in carico delle cronicità di disabili e anziani.

Purtroppo questo richiamo alla presa in carico come risposta alla fragilità (o meglio alle fragilità che si possono manifestare in tutte le fasi della vita) rischia di essere vuota retorica se non viene declinata in cultura, organizzazione ed azione. E allora proviamo a dare una definizione di “presa in carico”, definizione che il Piano delle Marche non dà.

Ma prima di cercare questa definizione cerchiamo di farci una prima idea di massima di cosa possa voler dire “presa in carico”: vuol dire letteralmente che qualcuno si farà carico dei problemi della persona e della sua famiglia anticipando le sue esigenze e organizzando il percorso che gli servirà di volta in volta per fare accertamenti, per essere ricoverato a livello residenziale o ospedaliero se ne avrà bisogno, per ricevere a domicilio le prestazioni di minore complessità … Insomma la presa in carico vuol dire per il sistema che decide di offrirla che si impegna a dire al destinatario del servizio: non ti preoccupare, a te ci penso io. E ovviamente questo impegno lo prenderà soprattutto nei confronti di quei famosi soggetti fragili di cui parla anche il Piano Socio-Sanitario delle Marche.

Adesso per la definizione di presa in carico chiediamo aiuto al sito del Ministero della Salute che così si esprime nella pagina dedicata ai percorsi assistenziali integrati (evidenzio in grassetto le parole chiave più significative):

Il Servizio sanitario nazionale garantisce percorsi assistenziali integrati alle persone con bisogni complessi (minori, donne, coppie e famiglie, persone non autosufficienti con patologie croniche, disabili, minori con disturbi in ambito neuropsichiatrico e del neurosviluppo, persone con disturbi mentali, persone con dipendenza patologica), ovvero a quelle persone che necessitano di prestazioni sia sanitarie sia sociali, per migliorare o mantenere il proprio stato di salute (art.21 dPCM 12 gennaio 2017).

Il percorso assistenziale integrato prevede la presa in carico del paziente da parte di una equipe multidisciplinare composta di vari professionisti:

  • il medico di medicina generale (MMG) o pediatra di libera scelta (PLS) in qualità di coordinatore dell’attività clinica
  • la rete degli operatori della ASL (medici specialisti, infermieri, terapisti della riabilitazione, altre figure sanitarie e sociosanitarie professionali)
  • gli operatori del Comune (assistente sociale, operatore socioassistenziale, assistente familiare).

Il percorso assistenziale integrato si articola nelle seguenti fasi:

  • l’accesso unitario ai servizi sanitari (ASL) e sociali (Comuni), con sportelli o servizi dedicati detti PUA, punto unitario di accesso, ai quali rivolgersi per presentare la propria richiesta di assistenza e avere le specifiche informazioni sulle modalità di erogazione delle prestazioni sanitarie e sociali;
  • la valutazione multidimensionale della persona, vale a dire l’individuazione dei suoi bisogni, sotto il profilo clinico (bisogni sanitari), funzionale (bisogni di autonomia) e socio-familiare (bisogni relazionali, sociali ed economici) è effettuata dalla unità di valutazione multidimensionale, con l’applicazione di strumenti e scale standardizzate e uniformi;
  • la presa in carico, con il coinvolgimento di tutti gli operatori sanitari (MMG, PLS, ecc.) e sociali; a seguito della valutazione, viene definito il Progetto di assistenza individuale (PAI) nel quale sono indicati i bisogni terapeutico-riabilitativi e assistenziali della persona, gli obiettivi di cura e il trattamento sanitario più indicato, tenendo in considerazione anche il supporto alla famiglia;
  • l’esecuzione dei trattamenti terapeutico-riabilitativi e assistenziali al domicilio, in strutture residenziali o in strutture semiresidenziali, con diversi livelli di intensità di cura e di assistenza, sulla base dello stadio della patologia e degli specifici bisogni del paziente.

L’integrazione tra gli interventi sanitari e gli interventi sociali deve essere garantita per tutte le tipologie di pazienti e in tutte le forme di assistenza indicati negli articoli del dPCM relativi all’assistenza sociosanitaria.

Quindi perché la presa in carico è una componente dei percorsi assistenziali integrati e ha bisogno di queste precondizioni:

  1. equipe multidisciplinari a livello delle cure primarie e quindi nei servizi territoriali;
  2. punti di accesso unici tra servizi sociali e sanitari alla rete dei servizi;
  3. strumenti di valutazione multidimensionale dei bisogni;
  4. progetti individualizzati di assistenza;
  5. la possibilità di offrire ad ognuna delle persone prese in carico il tipo di assistenza più adatta alle sue specifiche esigenze.

Ci sono queste precondizioni? Ogni realtà regionale e territoriale presenta una differente situazione. Ma in molte realtà (è anche il caso delle Marche) quelle precondizioni spesso mancano. Una cosa è certa: quando mancano si danno risposte sempre sbagliate, costose (sempre per i cittadini e qualche volta anche per il sistema sanitario) e molte volte dolorose. Per capire quanto tutto questo sia vero si potrebbero seguire come traccianti di questa condizione di “mancata presa in carico” alcune particolari categorie di bisogno come quelle dei pazienti (e delle loro famiglie) con demenza o con un bisogno di palliazione. Queste persone dovrebbero avere in tutto il sistema dei percorsi dedicati (ma analoghe considerazioni possono essere fatte per tantissime altre condizioni di cronicità e fragilità) e il non averli vuol dire ad esempio far ricadere sui Servizi di Pronto Soccorso criticità che non sono in grado di affrontare.

Questo problema della presa in carico delle cronicità e delle fragilità (in sostanza i due termini largamente coincidono) nell’era post-Covid va tenuto ancor più presente perché anche con questa nuova malattia ad avere più sofferto sono state proprio quelle persone che più delle altre hanno bisogno di questa famosa “presa in carico”. Fosse per me la trasformerei nell’oggetto della prima lezione di politica sanitaria agli aspiranti nuovi amministratori della sanità. Se capisci davvero cos’è la presa in carico il resto viene davvero da sé. Ma se non lo capisci saranno i tuoi cittadini a pagarne le conseguenze. Adesso il problema è: ma perché non rendere obbligatorio questo corso di politica sanitaria?

 

 


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