contributo di Gabriele Pagliariccio *

 

Se non ora quando? La pandemia da coronavirus ci ha regalato, – dopo dolore, lutti e sofferenze – l’occasione giusta per una ripartenza sulle tematiche del diritto alla salute in una prospettiva assolutamente universale.
La questione della salute è sulla cresta dell’onda della pubblica opinione ed è giusto approfittarne: in questo momento è al primo posto nelle agende dei politici incalzati dai cittadini che bramano di sentirsi sicuri e protetti nel caso si ammalino di coronavirus ma anche di qualsiasi altra malattia. Potremmo definirlo un bisogno di sicurezza sanitaria: di poter contare su strutture assistenziali adeguate per numero e qualità e su personale sanitario – medici ed infermieri – preparato scientificamente ma anche motivato adeguatamente. E questo accade dopo anni in cui della salute e della sua tutela si era parlato solo in occasione della legge di bilancio ed unicamente per stabilire quanto fosse necessario tagliare su un capitolo di spesa che sembrava essere avulso da qualsiasi nostro bisogno. Abbiamo pagato sulla nostra pelle il prezzo di questa insulsa avulsione!!
Per raggiungere questo obiettivo è necessaria una levata di scudi su molti livelli, ma sicuramente a partenza dalla società civile, dall’associazionismo, dal volontariato che solleciti il mondo delle istituzioni sino al piano politico responsabile, come ben sappiamo, dei progetti istituzionali.

Ma per ottenere questo, la levata di scudi deve essere poderosa e su larga scala, direi trasversale sulla difesa del sistema sanitario nazionale.
Ed in questo momento è assolutamente possibile: il coronavirus ha fatto il miracolo, ha promosso un cambio radicale del mainstream, di quel perverso filo culturale che negli ultimi 20-30 anni aveva suonato la propria lira a favore di un sistema sanitario privato considerato la panacea di tutti i mali sanitari. Un mainstream chiaramente supportato da un contesto culturale e politico che ci aveva trasportato senza soluzione di continuità dal liberismo degli anni ’80 sino al sovranismo dei nostri giorni. L’opportunità è ghiotta ed estremamente attuale: in questi giorni si stanno concretizzando una serie di capitoli di spesa per assunzioni di medici ed infermieri nel
SSN e per l’aumento dei posti in terapia intensiva.
E queste tematiche, finora sconosciute ai più, sono diventate di pubblico dominio come il fatto che in Italia il numero di posti letto per terapia intensiva sia fra i più bassi in Europa. Gli ultimi dati pubblicati nel 2012 stimavano in Italia 12.5 posti letto in terapia intensiva per 100.000 abitanti rispetto ai 29.2 della Germania od i 21 dell’Austria (1).

Ma non è in questa prospettiva che dobbiamo indirizzare i nostri sforzi, cioè verso una organizzazione ospedale-centrica: su unanime giudizio quello che ha fatto la differenza nella gestione della pandemia sono stati i nostri servizi territoriali, i distretti, i medici di medicina generale. In sostanza tutto quello che risponde al nome di primary health care (PHC) di almatiana memoria (2). Si sono eretti a barriera della pandemia impendendo al sistema ospedaliero di collassare pur essendo spesso stati mandati in guerra con armi di latta e scarpe di cartone, senza mezzi e risorse tecnologiche adeguate. Ben sappiamo come, nel corso degli anni, le cure primarie siano state oggetto di continui depauperamenti e depotenziamenti che ne hanno fiaccato le potenzialità di azione e l’efficacia.
La gestione di questa contingenza è necessario sia affidata a persone che abbiano ben chiaro cosa sia la programmazione sanitaria e non a quella classe di social-virologituttologi da cui siamo circondati e certamente non ad una classe politica ormai strutturalmente incline alla propaganda e alla strumentalizzazione, rispondente in modo scarsamente scientifico ed assolutamente irrazionale ai bisogni provenienti dalla società civile.
Abbiamo assoluta necessità di una nuova stagione di programmazione sanitaria: il momento culturale è propizio, il frangente politico favorevole, la società civile sensibile ed attenta al problema.

Dobbiamo approfittarne per una ripartenza culturale su tematiche cha sono per loro natura sovranazionali ed interculturali. Il dibattito da stimolare non può certamente muoversi su orizzonti limitati: deve indubbiamente partire dallo stato di contingenza per raggiungere orizzonti ben più ampi e lontani dai nostri confini nazionali per cercare di coinvolgere quelle strutture che per loro natura sono adibite al controllo ed al monitoraggio della salute mondiale. Proprio queste negli ultimi decenni – e mi riferisco in particolare all’OMS – hanno fortemente latitato, spesso inclini all’obbedienza ai poteri forti e soggiogate al potere dell’economia. D’altra parte se il secondo contributore dell’OMS (oltre 500 milioni di dollari tra il 2017 ed il 2019) è Bill Gates (3) questo non depone certamente per l’imparzialità degli investimenti e l’implementazione della PHC.
Perdere questo spunto temporale potrebbe rappresentare un terribile errore: dietro l’angolo ci aspetta la ripresa del mantra culturale con slogan del tipo “non ce lo possiamo permettere” o “i nuovi modelli di finanziamento del SSN”; ci sono i gestori del privato che non aspettano altro che ritrovarsi con il vento in poppa per ritornare nei paradigmi della globalizzazione-liberista.
Penso che debba rappresentare l’impegno primario di ogni cittadino che si senta responsabile della propria appartenenza ad una società civile degna di questo nome.

 

*Chirurgo vascolare, professore a contratto Università Politecnica delle Marche

 

BIBLIOGRAFIA
1) A. Rhodes, P. Ferdinande, H. Flaatten et al. “The variability of critical care bed numbers in Europe”. Intensive Care Medicine 2012,38, 1647–1653.
2) Primary health care: A joint report – World Health Organization https://apps.who.int/iris/bitstream/handle/10665/39225/9241541288_eng.pdf (Consultato il 25/5/2020).
3) World Health Organization Contributors. https://open.who.int/2018-
19/contributors/contributor (Consultato il 25/5/2020).

Categorie: Editoriale

1 commento

Maria Grazia w · 7 Giugno, 2020 alle 10:16

Condivido in pieno è il momento che la gente si mobiliti,prenda posizione. Bellissimo questo articolo chiaro e comprensibile

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