Claudio M. Maffei

La risposta, diciamolo subito, è no. Vediamo bene perché trattandosi di un tema caldo (e universale: quello della foto si trova in Sicilia a Scicli) su cui occorre capirsi bene, molto bene. E quindi procediamo con ordine.

In tutte le realtà sanitarie, economiche e sociali simili alla nostra italiana e regionale delle Marche da un punto di vista epidemiologico (Covid-19 a parte e poi manco tanto), il primo e principale problema di salute è rappresentato dalle malattie croniche, ad esempio dalle malattie respiratorie croniche, dallo scompenso cardiaco, dal diabete e dalle demenze (ma l’elenco è molto più lungo). Spesso nelle persone anziane queste malattie sono presenti contemporaneamente e sono tutte malattie che non guariscono e che hanno bisogno pochissimo dell’ospedale.  Per queste malattie serve un territorio molto forte e “vicino casa”, fatto da equipe che comprendono i medici di medicina generale MMG), gli infermieri di famiglia e di comunità (figura nuova importantissima), i fisioterapisti e altre figure ancora. La sede principale di attività di queste equipe nella gestione dei pazienti cronici deve essere il loro domicilio e in questo un grosso ruolo deve essere svolto dalla telemedicina e quindi dal controllo a distanza, ad esempio, di alcuni parametri. Servono poi all’interno della comunità in cui vivono queste persone ambulatori integrati con la medicina specialistica. Sempre vicino casa servono strutture che accolgono la persona con malattie croniche per i periodi in cui non basta l’assistenza domiciliare per tenerle sotto controllo. Sono strutture che vengono di solito definite come strutture di post-acuzie ad indicare che sono diverse rispetto alle strutture per acuti rappresentate proprio dagli ospedali. Tra queste strutture di post-acuzie ce ne sono di tipo diverso e vanno dai reparti di post-acuzie una volta chiamati lungodegenze, ai reparti di riabilitazione, alle strutture di tipo intermedio, fino ad arrivare alle strutture residenziali.

Ecco, molto di quello di cui abbiamo appena parlato si deve fare dentro quello che erano una volta i piccoli ospedali e che oggi chiamiamo ospedali di comunità. In molti pensano (a causa di una cattiva o nulla informazione) che questi siano ospedali finti cui si è lasciato il nome di ospedale tanto per non prendersi la responsabilità di dire che dove c’era un ospedale oggi l’ospedale non c’è più. Sbagliato: sono ospedali con una diversa attività rispetto a quelli per acuti che vedremo tra un po’, una attività molto importante, difficile e che fa la differenza. Non sono ospedali di serie B o C, sono ospedali in cui si pratica una assistenza con meno tecnologia, ma spesso resa difficile dalla presenza contemporanea di tante malattie  e tanti problemi.  Qui non si lavora per specialità, ma con più attenzione complessiva verso gli aspetti di tipo psicologico e relazionale. Gli operatori di tutte le professioni che vi lavorano debbono avere una competenza trasversale che gli consente di non “spezzettare” i problemi, ma di affrontarli tutti e tutti assieme. In questi ospedali possono lavorare sia i MMG che i medici dipendenti della Azienda, a partire dagli internisti, dai geriatri e dagli specialisti in medicina riabilitativa. Le aree di degenza hanno un coordinamento forte di tipo infermieristico e i medici spesso vi operano come “consulenti”.

Negli ospedali di comunità si possono fare molte cose belle e utili in un ambiente immerso nella comunità di chi vi si reca e trova assistenza. Queste persone non troveranno e non vi debbono  trovare un pronto soccorso o un simil-pronto soccorso. Perché in una sanità moderna il sistema dell’emergenza territoriale se c’è bisogno ti porta in un ospedale per acuti, dove c’è il pronto soccorso “vero”. Non si fa emergenza/urgenza e quindi pronto soccorso in una struttura che non ha dietro un ospedale con  la chirurgia, l’ortopedia e tutto il resto.

Gli ospedali per acuti sono quelli per le attività in urgenza/emergenza e per la attività programmata complessa. Debbono essere in numero limitato perché debbono disporre di servizi nelle 24 ore e della presenza contemporanea di molte discipline. Hanno costi elevati, trattano patologie per cui occorre avere casistiche numerose per lavorare con efficacia e utilizzano specialisti disponibili in numero limitato. A loro volta si distinguono a seconda  del numero di discipline e posti letto e vengono classificati come ospedali di base, di primo e di secondo livello.

In una Regione va garantito un rapporto ragionevole tra ospedali di comunità e ospedali per acuti. Ma mai, parere mio, pensare che si possa tornare indietro ad una rete fatta di tanti ospedali che fanno attività per acuti compresi quelli trasformati in ospedali di comunità. Che non vanno “riaperti” come si chiede da parte di alcuni, ma fatti evolvere verso quella organizzazione completa che ho descritto in precedenza.

E questa epidemia cosa ci ha insegnato? Che in ospedale si perde e nel territorio si vince. Più il sistema è capace di portare le cure a domicilio e più l’ospedale per acuti è efficace e sicuro nei confronti di chi ne ha davvero bisogno. Questo è quello che hanno detto i medici dei grandi ospedali del nord sovrastati da una enorme onda di casi gravi cui non era stato possibile far fronte con un  filtro territoriale.

E quindi non torniamo indietro a un sanità tutta ospedali, ma andiamo avanti verso una rete ospedaliera “territorializzata” grazie agli ospedali di comunità. Non sono ospedali finti e inutili, ma veri e utilissimi. Ma diversi. Poi detto questo sulle singole situazioni locali si può ragionare, ma la strada giusta è questa che ho provato con semplicità forse eccessiva ad illustrare.

Certo tutto questo va spiegato dentro le comunità e affrontato con grande serietà. I piccoli ospedali hanno spesso dietro una grande storia e la loro trasformazione non è stata ben vissuta dove non è stata ben gestita. Su temi così comunicazione e coerenza sono tutto.

 

 


0 commenti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *